L’orso, il diavolo e la cesta: una giornata a Sant’Olcese per mettere radici nell’entroterra ligure

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Questo weekend andiamo a conoscere nientemeno che un santo che seppe addomesticare un orso. E per farlo, seguiamo l’istinto, quello che ci suggerisce di non correre come facciamo durante i periodi di lavoro, ma di prendercela comoda, di sintonizzarci sui ritmi della natura godendoci la bellezza del paesaggio. Per questo scegliamo di percorrere la statale che attraverso la Valle Scrivia porta a Genova. Circa un’ora di curve, ma di quelle panoramiche: piccole frazioni fatte di case coloratissime, inconfondibilmente liguri anche quando ci troviamo ancora nella provincia di Alessandria, dalle parti di Arquata Scrivia. La strada, che scorre lungo un tragitto antico che secoli fa veniva percorso dai commercianti liguri e piemontesi che s’incontravano per affari in pianura passando per le Capanne di Marcarolo, è immersa nel verde scuro degli interminabili boschi della valle, che offrono al viaggiatore uno spettacolo indimenticabile. Già in epoca romana, nel II secolo a.C. il console Aulo Postumio fece costruire qui una strada lastricata, la Via Postumia, che collegava il Mar Ligure con l’Adriatico, passando per Libarna.

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Raggiungiamo così Sant’Olcese, comune alle porte di Genova noto sin dal 1146, che si sviluppa in diverse frazioni nella Val Polcevera, a pochi chilometri da Bolzaneto, sulla rotta del caratteristico trenino di Casella che dal 1929 collega Genova e le colline dell’entroterra.

Ed ecco che finalmente possiamo “conoscere” il nostro santo: il nome del paese, che originariamente si chiamava Valle Ombrosa, viene infatti da quello del vescovo normanno Olcese il quale, in fuga dalle invasioni barbariche nella sua Gallia, nel V secolo si stabilì qui. Nella chiesa a lui dedicata sono conservati i resti mortali del santo, mentre sulla facciata un affresco racconta la leggenda del miracolo dell’orso. L’animale dispettoso infastidiva e terrorizzava la popolazione già da tempo, e un giorno la fece proprio grossa: si mangiò un bue che avrebbe dovuto trainare un carro. A intervenire per risolvere la questione, non fu però un cacciatore, ma Sant’Olcese in persona, che addomesticò l’orso aggiogandolo al carro al posto del bue che la belva aveva ammazzato.

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Durante i secoli di storia fu invece più complicato “addomesticare” i vari invasori, ma anche le truppe dei casati locali che si contendevano questo territorio, prezioso anche per la sua posizione strategica. Del castello, sorto nella frazione Vicomorasso, e distrutto nel XIV secolo durante le lotte tra le famiglie Guarchi, Montaldo e Adorno, restano solo poche tracce. È invece in condizioni decisamente migliori, anche se porta i segni pesanti del tempo il Forte Diamante, la mastodontica fortezza che domina Sant’Olcese dall’alto di 624 metri s.l.m. Costruito tra il 1756 e il 1758, era uno dei forti eretti alla difesa di Genova, e oggi è l’unico situato fuori dal territorio cittadino. Tra gli assedi a cui riuscì a resistere, spicca quello austriaco del 1800.

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Lungo le strade tortuose che collegano le nove frazioni del comune oggi non c’è il rischio di incontrare un orso, è invece facile vedere dei ciclisti: Sant’Olcese ormai è tra le mete predilette degli escursionisti. Gli amanti della natura percorrono volentieri anche il sentiero botanico di Ciaè, collegato all’Alta Via dei Monti Liguri, il quale termina presso un suggestivo borgo abbandonato.

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Tra i tanti motivi per cui vale la pena visitare Sant’Olcese c’è anche la buona tavola: la nostra giornata continua infatti con la scoperta degli autentici sapori genovesi presso l’Agriturismo E Reixe in frazione San Bernardo di Torrazza. Trovarlo è facile, è situato lungo la statale, basta seguire le indicazioni del navigatore. Si tratta di una bella casa immersa nel verde, su un ampio terreno con varie coltivazioni.

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Ad accoglierci con grande gentilezza è il titolare Stefano Pedemonte, che dopo un’esperienza ventennale come chef del ristorante Il Caminetto che lui stesso aveva portato al successo in Val Brevenna, nel 2015 ha deciso di ritornare alle sue radici, “e reixe”, appunto, trasformando la casa della sua famiglia in un accogliente agriturismo. Oggi gestisce l’attività con la moglie Benedetta, con Danilo, l’altro cuoco e con Maurizio che oltre a essere un amico, è un esperto panificatore. A completare lo staff affiatato sono Federica, la nuora di Benedetta e l’amica Selena.

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“Questa è la casa dove è nato mio nonno. Durante la mia infanza passavamo sempre le vacanze qua, ma stavamo in quella casa di fronte, e visto che il terreno non era nostro, non potevo venirci a giocare, eppure l’ho sempre desiderato tanto. Conservo molti bei ricordi di quel periodo, ad esempio quando da piccolo accompagnavo mio nonno che andava in giro col mulo. Crescendo, ho iniziato a sognare di creare qui un B&B, e quando mia madre ha ereditato questa parte della proprietà, ho deciso di impegnarmi in questo progetto. In Val Brevenna mi ero trovato bene, ma dopo vent’anni mi entusiasmava l’idea di tornare nel luogo dove ho le radici e la mia scelta è stata premiata dalla risposta veloce e molto positiva da parte della clientela”, ricorda Stefano.

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Dall’ampio dehor, dove alla nostra chiacchierata ha assitito anche un bel gatto tricolore perso nei suoi sogni, ci spostiamo a fare un giretto in agriturismo. Guardiamo con ammirazione gli estesi orti, gli alberi da frutto e la vigna rigogliosa. “Dove oggi vedete queste coltivazioni, qualche anno fa c’era una giungla vera e propria”, ci confida Stefano. “Anche il vigneto, lo davano per spacciato, era pieno di rovi e versava in pessime condizioni. Abbiamo ripulito tutto, risistemato la vigna e ora è una meraviglia”.

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Andiamo anche a vedere la cantina dove sono in corso i lavori post vendemmia, e facendo pochi metri di strada appena fuori dalla proprietà scopriamo che oltre a quella dell’orso, qui c’è anche un’altra leggenda, quella della cesta del diavolo.

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Siamo nella caratteristica piazzetta della splendida chiesa di San Bernardo, costeggiata da una viuzza che si chiama via del Sale, perché si tratta infatti di un pezzetto della storica Via del Sale che collegava il mare con la pianura padana. Da qui possiamo osservare il monte Tullo, nato, secondo la leggenda, da un battibecco tra Dio e il diavolo. Si narra che tempo fa il diavolo avesse sepolto un paesino lì vicino sotto una brutta frana di pietre e di fango. Questo gesto fece molto arrabbiare Dio che gli ordinò di raccogliere in una corba tutta la terra e le pietre che il diavolo aveva rovesciato sul paesino montano, di caricarsela sulle spalle, di portarla giù al mare e di buttarla in acqua in modo da creare un’isola per i pescatori. Quando Belzebù raggiunse col suo carico il versante marino della valle di Sant’Olcese, rimase colpito dalla bellezza del paesaggio, ma in un momento di distrazione inciampò e rovesciò la corba facendo nascere così il monte Tullo.

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Dopo questa gita nella gita ritorniamo alla base, alla bella casa ristrutturata dell’agriturismo dove ci aspetta una cena all’insegna dei sapori del territorio. Ci accomodiamo nell’ampia sala che nel suo stile unisce rusticità e vena aritistica: sulle pareti possiamo infatti ammirare una mostra d’arte che ci porta idealmente in terre lontane. Nei nostri piatti invece arrivano bontà dell’entroterra ligure proposte in un pratico menù fisso.

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Iniziamo con una serie di antipasti, tutti sfiziosi e particolari, fatti con ingredienti quasi a metro zero, provenienti dall’orto. Assaggiamo delle torte con le erbette, il tartar di melanzane, uno sformatino di broccolo con la fonduta, le melanzanine ripiene alla genovese, i salumi tipici di Sant’Olcese, ma anche la galantina, una variante nobile della testa in cassetta, ovvero la soppressata, che sembra quasi un prosciutto.

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Accompagniamo questi antipasti con del pane fatto in casa da Maurizio, che lo prepara con la pasta madre a lunga lievitazione, utilizzando farine biologiche della Val Borbera, macinate a pietra. Tra i progetti dell’agriturismo c’è anche quello di seminare il grano per poter avere in futuro la propria farina.

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Continuiamo con dei ravioli di borragine tipici col tuccu, fatti con la carne proveniente da piccoli allevatori, rosolata in una pentola di coccio e condita col concentrato di pomodoro fatto in casa con i pomodori essiccati al sole o in forno. Qualcuno di noi si delizia con i maltagliati al tartufo, ma piacciono molto anche il risotto ai funghi e gli gnocchi di patate coltivate in loco, conditi col pesto fatto col basilico e con l’aglio dell’agriturismo.

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I secondi, come da tradizione dell’entroterra, sono a base di carne come ad esempio il coniglio in casseruola col Pigato, la faraona con l’uva, il controfiletto cotto a bassa temperatura o la coscia di cinghiale alle bacche di ginepro. Su prenotazione invece il venerdì si può gustare lo stoccafisso.

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Infine, anche nell’assaggiare i dessert della casa ci si presenta l’occasione di gustare qualcosa di tipico del territorio: la sacripantina, una torta di Sant’Olcese, fatta con una ricetta antica. Non resistiamo però nemmeno alla tentazione della crema di latte coi frutti di bosco e delle crostate con le marmellate della casa, di ciliegie o di fichi.

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Siamo felici di aver potuto mettere in qualche modo anche noi radici in questo bellissimo territorio, ricco di storia e di cultura, anche gastronomica. L’agriturismo E Reixe è un luogo che parte dalle radici per far crescere un grande albero fatto non solo di cose buone da mangiare, ma anche di iniziative culturali e artistiche. Tornare qui sarà ogni volta una scoperta e dalla prossima stagione, appena saranno pronte le camere, ci fermeremo anche per vacanze della durata di diversi giorni.

Francesca Bertha

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PER INFORMAZIONI:

www.comune.santolcese.ge.it

Agriturismo E Reixe

Via G. Galilei, 48 San Bernardo di Torrazza, SantìOlcese (GE)

Tel.: 338/4123682

 

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L’orso, il diavolo e la cesta: una giornata a Sant’Olcese per mettere radici nell’entroterra ligureultima modifica: 2018-10-26T16:40:30+02:00da Francesca_Bertha
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